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Durante una passeggiata al mare mi ha colpito una scena semplice. Di quelle che vedi mille volte. Ma che, ogni tanto, ti restano dentro.

Un papà diceva al proprio bambino di non sbagliare mentre camminava in equilibrio su un cordolo. Il bambino cadeva. Si rialzava. Riprovava.

Prima si aiutava con un ramo, poi con un cartello: cadeva ancora e riprovava.

A un certo punto il genitore, spazientito, disse:

«Non devi sbagliare, è facile. Dai, le cose vanno fatte bene. Andiamo!»

Il bambino si fermò. E se ne andò, contrariato.

 

Perché non possiamo più sbagliare?

Non giudico quel genitore. Avrà avuto le sue ragioni, magari aveva fretta.

Ma la domanda mi è rimasta.

Perché doveva riuscirci subito? Perché l’errore è stato interrotto, invece che accompagnato? La verità è che questo non riguarda solo quel bambino.

Riguarda tutti noi.

Oggi sembra che non sia più concesso sbagliare:

  • i bambini devono essere sempre bravi, educati, performanti;
  • i giovani al lavoro devono dimostrare subito di essere all’altezza;
  • gli adulti devono reggere tutto, sempre, senza incertezze.

Sui social un errore diventa pubblico. In azienda un errore diventa un’etichetta.

E allora la domanda torna: ma esistono davvero persone che non sbagliano?

 

L’errore è diventato una colpa

Viviamo in una cultura che premia il risultato immediato, che espone solo ciò che funziona, che nasconde tutto il resto.

E così succede una cosa strana: tutti sbagliamo, ma facciamo finta di non farlo.

Oppure diventiamo bravissimi a spiegarlo, giustificarlo, spostarlo altrove.

Il vecchio «chi sbaglia impara» non è più un principio condiviso: è diventato quasi una frase fuori moda.

Oggi l’errore non è visto come passaggio, ma come problema.

 

Cosa succede in azienda

In azienda questo si sente subito. E si vede, anche se nessuno lo dice apertamente.

Quando l’errore viene giudicato, le persone imparano a proteggersi. Non serve nemmeno che sia il capo. Spesso basta il clima.

E allora succede questo:

  • non si fanno più domande;
  • non si chiede aiuto;
  • non si dice «non ho capito».

Non per cattiveria, ma per difesa. Si entra in modalità sopravvivenza e da lì è difficile uscire.

 

Il problema vero non è l’errore

Molte aziende parlano di squadra, di collaborazione e fiducia.

Ma poi, nei fatti, premiano l’infallibilità. Il risultato è silenzioso. Ma pesante.

Le persone smettono di parlare. E quello che non viene detto in tempo… diventa problema dopo.

Ricordo una riunione di anni fa.
Un manager si girò verso uno dei più silenziosi e disse:

«Dimmi pure qualche cazzata. Qualcosa di buono salta sempre fuori.»

Era una provocazione. Ma anche una libertà. Oggi, quella libertà, non è così scontata.

 

Sbagliare crea valore

Sbagliare non è solo inevitabile, è utile.

A volte è proprio quello che fa partire il processo giusto:

  • un’idea che non funziona porta a una migliore;
  • un errore operativo apre una soluzione nuova;
  • un tentativo fallito obbliga a pensare in modo diverso.

Rodari lo raccontava ai bambini, Einstein agli adulti: la creatività nasce quando qualcosa non va come previsto.

Se tutto funzionasse al primo colpo, non ci sarebbe spazio per migliorare.

 

Ma attenzione: non è un alibi

Dire che si deve poter sbagliare non significa giustificare tutto. L’errore ha un costo. Sempre.

Può essere:

  • economico;
  • organizzativo;
  • relazionale.

E qualcuno quel costo lo paga. Quindi no, non è leggerezza. Non è superficialità. È responsabilità.

Sbagliare bene significa:

  • riconoscere l’errore;
  • capirlo;
  • usarlo.

Se resta lì, non serve a nulla.

 

Il costo più alto è quello nascosto

C’è però una cosa che costa più dell’errore stesso: è l’errore che non viene detto.

Quello che resta sotto, che si accumula… perché prima o poi esce. E quando esce, il conto è più alto.

In azienda, il vero problema non è l’errore, è il silenzio che lo precede. Quello sì che finisce diretto a bilancio. E pesa.

 

Reimparare a sbagliare

Forse dovremmo fare un passo indietro (e uno avanti): reimparare a sbagliare.
Con più umanità e meno paura.

Quel bambino sul cordolo stava facendo esattamente quello che serve: provare, cadere, riprovare. È stato fermato.

In azienda succede lo stesso. Ogni giorno. Solo che è meno visibile.

E allora la domanda diventa concreta:

vogliamo persone che non sbagliano o persone che crescono?

 

In Buildopia entriamo spesso in aziende dove l’errore è un problema da nascondere.
Ma quando si crea spazio per parlarne, cambia tutto.

Le persone si aprono, collaborano di più e iniziano a migliorare davvero.

Perché alla fine è semplice, non facile, ma semplice.

Sbagliare è anche un atto di libertà.